Domenica Laetare

Ordinazioni Diaconali

La prima parola dell’antifona di ingresso della liturgia della quarta domenica di Quaresima dà il tono a tutta la celebrazione: “Laetare”, “Rallegrati”. Certamente l’invito alla gioia proviene dalla considerazione del nostro percorso quaresimale che ha ormai compiuto il giro di boa e ci permette di pregustare la gioia della Pasqua, ma stasera è motivato anche dalla ordinazione diaconale di cinque nostri fratelli. Ne ringraziamo insieme il Signore e gli chiediamo il dono della sapienza perché sappiamo accogliere e gustare quanto ha voluto comunicarci nella Parola appena ascoltata. 

Concentro il mio sguardo su Nicodemo approfittando di quanto ci racconta il testo ascoltato ma anche di quanto l’evangelista Giovanni ci racconta qualche riga prima. Sappiamo che Nicodemo è un uomo pio, osservante, appartiene al gruppo dei Farisei, prenderà le difese di Gesù (7,50) e sarà insieme a coloro che depongono il corpo di Gesù nella tomba; è lui che porta 30 chili di mirra e aloe per trattare il corpo di Gesù (19,39); probabilmente è membro del Sinedrio (organo centrale del Governo del Tempio –e non solo-). Nicodemo va da Gesù di notte: è la notte legata al giorno, ma nell’immaginario dell’evangelista è anche una notte che sta nel cuore di Nicodemo che sta cercando la luce. Ha capito infatti che non è sufficiente avere la vita per vivere, e appartenere ad una classe alta e blasonata di conoscitori della Legge non lo mette al riparo da domande cruciali che affiorano nel suo cuore. Desidera dare un senso alla sua vita e Gesù gli offre ascolto e Parola. Mi piace questo atteggiamento di Nicodemo, capace di farsi mettere in crisi dalla storia che incontra, capace di mettere sotto osservazione le convinzioni più granitiche della sua vita di uomo di fede da un Rabbi sconosciuto che viene dalla Galilea. Ha una considerazione esatta del suo sapere, ma le parole di Gesù sollecitano il suo cuore, gli pongono domande nuove che vuole confrontare con libertà. Mi sembra un bel modello da assumere nella nostra vita di fede, soprattutto quando anche noi, come Nicodemo, incontriamo situazioni nuove e inedite nella nostra esperienza personale ed ecclesiale: andare alla nuda parola del vangelo ci permette di rimodulare il pensiero e l’azione alla luce di quanto il Signore ci dà la grazia di vivere. Del resto, lo stesso Maestro di Galilea si è fatto mettere in crisi dalle storie povere e piccole che incontrava, come dalla donna sirofenicia, come dal centurione. Alla luce di questo stile di Gesù e di Nicodemo appaiono tanto ridicoli i nostri tentativi di normalizzare il vangelo, di ridurlo dentro alle strette logiche delle nostre cornici culturali e tradizionali, alla presunzione di avere sempre l’ultima parola su tutto.

La Parola di Gesù offerta a Nicodemo è sconvolgente, soprattutto per il fatto che destabilizza non solo la sua fede, ma anche il suo ruolo di custode ed interprete autentico della Scrittura: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Dio non ha l’attitudine al giudizio di condanna, ma alla salvezza. Nella rappresentazione del bene da compiere spesso siamo debitori del pensiero che sono coloro che hanno che possono dare a coloro che non hanno. E così, siccome abbiamo molte cose, sentiamo il dovere di regalarle agli altri. Siamo buoni e anche generosi, e affermiamo che anche Dio si è comportato così con noi. In realtà Dio non ha fatto questa scelta, di essere il grande potente che nella sua degnazione verso di noi ci ha dato la salvezza, ma ha scelto prima di tutto di diventare uno di noi, di condividere in tutto la nostra esistenza terrena senza svalutarla pregiudizialmente, senza mettersi dalla parte di coloro che dividono il mondo in buoni e cattivi per mettersi dalla parte dei buoni, ma prima di tutto ha scelto di amare condividendo. Non si può amare da lontano, da lontano si può solo fare esperienza di frustrazione e di nostalgia, per amare abbiamo bisogno di stare, di coinvolgerci nella storia del nostro quotidiano, fianco a fianco dei nostri compagni di strada, di vita. E non c’è condizione di vita che ci permetta di bypassare questa logica, né ruolo intra o extraecclesiale che ci metta al sicuro dal dover fare nostra la storia che la Provvidenza ci dà la grazia di vivere. La logica dell’Incarnazione che tanto deve essere costata al cuore buono di Nicodemo sembra proprio inconcepibile, per alcuni aspetti scandalosa. Eppure Dio ha mandato suo Figlio nel mondo perché il mondo fosse salvato: nel mondo degli onesti e dei disonesti, nel mondo dei santi e dei peccatori, nel mondo di coloro che gestiscono potere a loro uso e consumo e di coloro che sono sopraffatti dalla cattiveria e dall’arroganza dei potenti di turno. In questo mondo che è anche il nostro e che anche noi possiamo rendere migliore o peggiore solo nella misura in cui accettiamo prima di tutto di vivere in questo mondo, nelle sue contraddizioni, nella sua ricerca di verità e di bellezza superando la tentazione di offrire a tutti parole che hanno la struttura lessicale del Vangelo ma non si sono contaminate con la storia e hanno dunque perso la loro credibilità. 

L’amore ha bisogno di essere credibile, non può essere legato a superficiali dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano; proprio per questo il Vangelo ci dice che “come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”. La croce rivela la misura dell’amore del Figlio di Dio, rivela il dono estremo da cui siamo stati beneficiati, la logica conseguenza di una condivisione portata fino alla fine. So bene che queste parole che sto usando sono fuori moda, talora anche nella nostra esperienza ecclesiale: croce, condivisione, dono estremo, fino alla fine. Le abbiamo sostituite con altre politicamente corrette e soprattutto con quelle che la cultura del nostro tempo -né peggiore né migliore di altri tempi della storia dell’uomo- ha coniato per nascondere gli idoli del potere, del denaro, dell’apparire che continuano ad abitare nel nostro cuore e ad attirarci con le loro potenti lusinghe. Ma la logica del vangelo è così, rivoluzionaria e destabilizzante tutte le nostre costruzioni e realizzazioni umane, perché ne rivela sempre e subito tutta la loro inconsistenza rispetto ad un “di più” a cui ci rimanda. Una logica paradossale come quella della incarnazione, della croce, del dono di sé fatto per sempre, logica che si fa un po’ più chiara solo a chi sceglie di sperimentarla e di viverla. Una logica che ci può portare fuori dei recinti di ciò che è condiviso o accettato dal pensare comune, e che potrebbe costarci più di qualche incomprensione, ma è una logica che si situa sulle misure incalcolabili della fede e della relazione con il Signore che -sola- può regalarci la gioia vera, quella di cui l’antifona di ingresso di ricordava. 

Carissimi fedeli facciamoci illuminare dalla bella pagina di Vangelo appena ascoltata. Chiediamo a Dio il dono dell’umiltà che ci metta in atteggiamento di vigilanza per accogliere la Parola di Dio presente non solo nella Scrittura, ma anche nella storia, la capacità di donare agli altri non solo le nostre risorse e competenze ma noi stessi, nella scelta di una condivisione radicale e la grazia di poter fare della nostra vita dono d’amore ai fratelli e alle sorelle a somiglianza del Maestro che è venuto “perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. E se la pagina del Vangelo è occasione di conversione per tutti noi, nondimeno lo è per Fausto, Francesco, Daniele, Caio Graco e Jonathan che in questa celebrazione diventeranno diaconi per il servizio della carità. Sappiano vivere questo ministero nella scelta di ascoltare in profondità le ansie e le domande delle persone del nostro tempo, sappiano farsi fratelli di strada a quanti incontreranno ricchi solo del vangelo che oggi ricevono come dono rappresentativo del loro ministero. Amen. 

 

+ Giovanni Checchinato

condividi su