Contempliamo San Giovanni Battista non solo come un grande santo del passato, ma come uno snodo fondamentale della storia della salvezza. Come intuì profondamente l’abate Gioacchino da Fiore nella sua “Concordia sui quattro vangeli”, Giovanni non è un personaggio tra i tanti; è infatti l’ultima profezia di Dio in carne e ossa. È lo snodo cruciale in cui l’Antico Testamento si compie e il Nuovo Testamento ha inizio. Nelle tavole del celebre “Liber Figurarum” il Battista segna l’inizio esatto della sesta età del mondo. Egli rappresenta il punto di rottura e di transizione: incarna la fine dell’età del Padre e apre le porte alla manifestazione storica della Chiesa del Figlio. Giovanni è la voce che grida nel deserto, l’anello di congiunzione che chiude la promessa e indica presente, in mezzo a noi, l’Agnello di Dio. In qualche maniera ci troviamo in un segmento di storia molto simile a quello del Battista, tempo di transizione e di rottura come ci ricordava spesso Papa Francesco, un cambiamento di epoca e non solo un’epoca di cambiamenti. Contemplare il Battista significa apprendere da lui a confrontarci con la storia, a lodare il Signore per quanto ha operato con la sua grazia nella storia degli uomini, ma a superare la tentazione della nostalgia, dell’essere legati più alle nostre logiche e tradizioni che non alla grazia che Dio non ha smesso di effondere -abbondante- su di noi, imparando ad assumere uno sguardo nuovo, pieno di fiducia e di speranza. La fine di un tempo, di un modo di vivere, di un modo di credere non sono di per sé rivelativi solo della fine di un kairòs, ma l’alba di un tempo nuovo che sta sorgendo: l’abate Gioacchino, pieno di Spirito, aveva il cuore ardente di fede e di carità, e per questo sapeva vivere nella speranza. Un testo dell’antico testamento accende in noi lo stesso stile che fu del Battista e di Giacchino: “Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione; esse son rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà. «Mia parte è il Signore – io esclamo – per questo in lui voglio sperare». Buono è il Signore con chi spera in lui, con l’anima che lo cerca. E’ bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore.” (Lam 3,22-26)
Gioacchino da Fiore ci insegna a guardare la storia con gli occhi di chi ha imparato a contemplare, e proprio dalla sua contemplazione sul vangelo che ci riferisce della nascita di san Giovanni Battista (Sermo in nativitate sancti Johannis Baptistae) ci invita a contemplare il Battista come l’inviato speciale, il precursore nel deserto che ha preparato la prima venuta di Cristo nella carne e insegnandoci una dinamica che non si esaurisce nel passato. Mentre la logica mondana ci insegna a serrare i ranghi delle nostre comunità, delle nostre esperienze ecclesiali, a parcellizzare sempre di più i nostri ruoli e i nostri ministeri, facendo i conti con i numeri più o meno grandi delle nostre organizzazioni, lo stile del Battista ci insegna a guardare a Colui che viene, che è in mezzo a noi, a non mettere barriere alla nostra vista, barriere rappresentate dal pensare comune, dalle attese o pretese che abbiamo talora anche nei confronti di Dio. E solo se guardiamo con fede possiamo pian piano vedere come tutta la storia, non sia solo una successione cronologica, ma stia avanzando verso la sua pienezza, come ci ricorda una preghiera che recitiamo sempre durante la messa: “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo”. Così come Giovanni ha preparato il Figlio, l’abate di Fiore ci ricorda che la pienezza dello Spirito sarà preceduta dalla profezia di ogni uomo e donna, secondo la promessa del profeta Gioele: “Negli ultimi giorni, dice il Signore, Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. 18 E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno”. (Atti 2,17-18) Siamo chiamati anche noi, oggi, a essere profeti nel nostro tempo, non perché interpretiamo il futuro come gli astrologi, ma perché leggiamo il presente con gli occhi di Dio. Nella Tavola XII del Liber Figurarum, nota come il disegno dei “Tre Ordini”, Gioacchino profetizza l’avvento di nuovi modelli religiosi e antropologici, capaci di leggere la storia e di invitare la Chiesa a superare la tentazione di “cosificare” Dio, e recuperando la dimensione contemplativa della conoscenza del Signore. Giovanni Battista conteneva già in sé, profeticamente, questa passione che fu di Elia profeta e ci fa guardare con interesse al fenomeno per cui, nel nostro occidente secolarizzato e pagano stia crescendo la sete di interiorità nel cuore di persone adulte e giovani. Si tratta di abitare la storia come la prima comunità cristiana, attenti agli ultimi, ai periferici delle nostre realtà sociali e culturali, ma profondamente legati allo sguardo contemplativo che ci viene donato col Battesimo. Giovanni incarna entrambi questi atteggiamenti: abita la storia facendosi carico di una predicazione coraggiosa, a favore della giustizia e alla difesa della fede e alla cura delle anime, chiamando le cose col loro nome anche di fronte ai potenti di quel tempo parlando del Vangelo senza sconti. Ma non è il narcisista di turno che abita le platee di pubblico pagante, piene dei “riflettori e paillettes delle televisioni, di urla scomposte di politicanti professionisti, di gente piena di glorie vuote (cfr Addio di F. Guccini), perché sceglie il luogo più inospitale al mondo per incontrate il silenzio, e in esso Dio, e in Dio se stesso: è il Battista del deserto, del silenzio, dell’essenzialità e del contatto radicale con Dio. Una vita che non cerca il plauso del mondo, ma si nutre della presenza divina per diventare profezia vivente. Uno stile di vita essenziale e che diventa segno di una credibilità che la Chiesa corre il rischio di perdere; scriveva un autore contemporaneo in un suo recente saggio: “L’approccio contemplativo, il cammino nel profondo consiste nella conversione dalla superficialità alla interiorità. Questa svolta è la dimensione essenziale della religione. È qui il segreto della forza e della vitalità della religione: nel rapporto con la costante antropologica, con ciò che rende l’uomo uomo, vale a dire la sua capacità di apertura, di superamento di sé.” (Tomáš Halík) E già tanti anni prima di lui un altro colosso della teologia europea, Karl Rahner, scriveva: “il secolo XXI o sarà mistico o non sarà.”
Oggi San Giovanni Battista ci sfida a non essere cristiani tiepidi. Ci chiede di assumere la nostra vocazione di precursori che sanno vedere il deserto fiorito, come Isaia profeta della speranza che non tramonta, o di essere, come ricordava Franco Battiato in un suo testo memorabile (Prospettiva Nevski) capaci di “trovare L’alba dentro l’imbrunire”. Capaci, cioè, di gridare la verità con la vita fraterna e custodire il mistero con la vita contemplativa. Al Battista, accompagnati dal “calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato” chiediamo la grazia di saper diminuire noi stessi, affinché la luce di Cristo e la libertà dello Spirito possano crescere in questa nostra storia. Amen.
